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La bici a Bologna

prima della cura, in tutto il suo splendore

«Ma sì, è comodissima! come farai tu a vivere senza…». Così, dopo tre anni di permanenza in città, alla fine mi decisi a portare una bicicletta a Bologna. E durò un quarto d’ora. No, non me la rubarono, aspè…

Qui a fianco c’è la foto della mitica bici del por nonno, la cui ultima manutenzione (della bici, non del nonno) risale a 40 anni fa, insomma decomposizione perfetta per il rischioso panorama ciclistico bolognese.

Approfittando del fatto che i miei, andando a spasso, dovevano passar per Bologna, mi feci accompagnare: «ma sì, lasciatemi all’uscita della tangenziale, tanto c’ho la bici!» (cioè a 5km dalla destinazione). Come riscaldamento, i 170km d’autostrada son toccati a me. Era più o meno il primo viaggio lungo per la mia patente, e chiaramente son sceso dalla macchina tutto storto dalla tensione. Zaino in spalla (con portatile dentro, ricordiamolo) saltai sulla gloriosa Vimac del nonno.

un signor sellino, come usava una volta

Ora già io c’ho il fisico da ingegnere informatico, aggiungiamoci che erano quei giorni di agosto che non si respirava. È chiaro che dopo 20 secondi di pedalata disperata sulla preferenziale dell’autobus ero già finito, figuriamoci dopo 2km, quando appunto all’orizzonte si profilò l’ennesimo semaforo. Essendo verde, il buonsenso mi consigliò di rallentare, sicuramente non avrei fatto in tempo. Dato che le gambe dissero l’esatto contrario, ci provai. Era già arancione. Mi accorsi anche che si trattava del semaforo sui mitici “viali” (3 corsie per senso di marcia, lunghetta da attraversare… l’ultimo sforzo però, poi c’era solo da attraversare il centro). All’ultima occhiata il semaforo era rosso. Eh vabe’ dai, pedalai alla massima velocità consentita dalle mie gambe (pianissimo). Vidi le macchine sui viali partire, «dai mi vedranno… st’incrocio è enorme..!»

Ero ormai fuori portata di quelli che mi arrivavano da sinistra, c’era giusto del pericolo per una Yaris, all’ultima corsia, laggiù in fondo a destra. «Sì dai, adesso mi vede e rallenta un pochino, basta pochissimo che io passo. Sì sì sta rallentando. Dai che è fatta. Ehm no, non sta rallentando».

M’ha preso in pieno. E io, con la povera bici del povero nonno, il portatile, i biscotti di mamma, la maglietta di ricambio, il cellulare… e tutto, insomma, lungo disteso sull’asfalto!

Deve aver inchiodato qualche attimo prima di prendermi, e avermi preso sul pedale, perché io mi sono subito rialzato, con giusto qualche sfriggio, ho raccolto la bicicletta, la ruota davanti, li ho messi nel marciapiede mezzo metro più in là e l’ho rassicurato sul mio stato di salute: «mi fa giusto un po’ male una caviglia, tranquillo!».

figata, eh? :)

Pochi secondi dopo ero già in cammino verso casa: dovevo farmi 3km a piedi con una ruota in una mano, una bicicletta nell’altra e un portatile per il quale stavo temendo il peggio sulla schiena, a cui sommiamo le gambe finite, il caldo e l’afa, la tensione del viaggio in autostrada, il senso di colpa per aver distrutto la bicicletta di nonno, un ginocchio e un gomito sbucciato, una caviglia e un polso doloranti.

Niente poi è finita che presi l’autobus con la bici e tutto, e arrivai a casa sano e salvo. La bicicletta, dopo vani tentativi da un paio di riparatori bolognesi, tornò a casa del nonno (purtroppo non c’è documentazione fotografica del durante-dopo). Il portatile direi che ancora funziona.

Quali sono le avventure biciclistiche della vostra città? Anche voi avete visto la morte in faccia dopo dieci minuti?